PASQUA IN SICILIA – “GIOVEDI’ SANTO” Un racconto di Concetto La Malfa

La Settimana Santa a Caltanisetta (Sicilia) è uno dei più importanti punti focali del folclore religioso siciliano. Speciali manifestazioni e processioni vengono organizzate per celebrare la Passione e Morte di Cristo, il cui iter, dall’ultima cena alla crocifissione, viene messo in scena il giovedì della Settimana Santa con la processione  delle cosiddette “Vare”, gruppi sacri formato naturale  di mirabile bellezza scultorea in cartapesta che di detto iter raffigurano le varie fasi.

Concetto LA Malfa, Editore di questa rivista online, nato a Caltanissetta, è l’autore di “GIOVEDÌ SANTO” uno dei racconti autobiografici del suo libro “Ricordi di Sicilia”  disponibile ai lettori in pdf nella sezione “LIBRI” di italvideonewstv.net.

GIOVEDÌ SANTO

Il Giovedì Santo, nella mia città natale, era uno dei giorni di festa più attesi dell’anno dopo quella, naturalmente, del Patrono che in settembre veniva portato in processione inghirlandato di fiori, ori e carte da diecimila.
Il Giovedì Santo era il giorno in cui sfilavano i gruppi sacri della Passione e Morte di Cristo – un avvenimento che faceva convergere verso la città masse di forestieri; perché la fama dei gruppi sacri o ‘vare’, come li chiamava la popolazione locale, aveva varcato i confini della provincia, fino a raggiungere i più sperduti paesi sui cocuzzoli di montagne lontane. Da lì, quel giorno, partivano intere famiglie vestite a festa per godersi la famosa processione delle vare. Queste erano gruppi di figure plastiche in cartapesta, formato naturale, raffiguranti i vari stadi degli ultimi giorni, anzi delle ultime ore, del Nazareno: dall’Ultima Cena alla Crocifissione. In alcuni paesi siciliani la Passione di Cristo acquista toni suggestivi perché è recitata da figure umane viventi, ma le vare in cartapesta della mia città erano tutt’altra cosa, perché erano orgoglio e gloria delle maestranze cittadine, a cui esse appartenevano e che ogni anno facevano a gara l’una con l’altra a prepararle, riverniciarle e lustrarle dopo un anno di polveroso riposo. Quella dell’Ecce Homo in particolare, il gruppo con il Cristo seminudo, incoronato di spine che si affacciava ad una balaustra, affiancato da due centurioni di Ponzio Pilato, se non la più grande, era certamente una delle più belle. Essa era di proprietà dei grossisti di frutta e verdura che facevano affari ai mercati generali, il grande spiazzo, circondato da casotti in cemento armato, sul quale dava la mia casa paterna. Il mercoledì notte i fruttivendoli tiravano fuori l’Ecce Homo, da chissà quale magazzino, che odorava ancora di frutta marcia, e la parcheggiavano proprio sotto il mio balcone. La mattina del Giovedì Santo, il mercato era deserto; non si vedeva che l’Ecce Homo sul suo supporto di legno a quattro gambi. Non più, quindi, la consueta folla di centinaia di piccoli commercianti indaffarati a mercanteggiare intorno a cassette di frutta e vecchie stadere, non più il viavai di carretti e motofurgoni, non più il richiamo dei venditori che si affannavano a gridare la loro merce: ‘i beddi pira, i beddi pira…’, ‘a racina, a racina…’ Quella mattina non si scorgeva anima viva in tutto il mercato; il Cristo incoronato di spine, in completa solitudine, pareva fosse stato lui a scacciare via tutta quella gente, proprio come il Cristo vero aveva fatto, nel tempio di Gerusalemme, due mila anni prima. Quelle gocce di sangue che gli sgorgavano dalla fronte trafitta da spine, fresche ancora di vernice rossa, il blu chiaro della cornea degli occhi rivolti verso l’alto per il dolore, accendevano la mia fantasia di ragazzo, perché mi riportavano alle lezioni di catechismo nella sacrestia della chiesetta della Misericordia dove, da bambino, avevo trascorso ore di felice ingenuità. Nelle prime ore del Giovedì Santo, regnava in tutta la città un gran silenzio; solo verso le undici cominciavano a sentirsi i primi segni di vita. Erano i suoni delle bande municipali dei paesi della provincia che, a bordo di polverose corriere, giungevano, quasi simultaneamente, alla stazione degli autobus e che immediatamente si dirigevano verso le vare dislocate nei vari quartieri della città. Giunte davanti alle vare a loro assegnate, le bande suonavano inni mesti, a lutto, intrattenendo crocchi di gente fermatasi ad ascoltare. Poi vare e bande, le une dietro alle altre, si avviavano verso la piazza principale dove, disposte in cerchio, restavano in mostra al pubblico fino all’inizio della processione serale. Il trasporto dei pesanti gruppi, ad eccezione di quello dell’Ultima Cena che, a causa della sua enorme mole, era costretto a viaggiare a bordo di un camion, veniva affidato ad un esercito di portatori, almeno otto per vara, assoldati per l’occasione, i quali avevano il sacro obbligo di indossare certi paramenti bianchi che erano simili a quelli del Ku Klux Klan.  La processione iniziava a sera inoltrata e, a mano a mano che si faceva buio, le fiaccole all’acetilene, facendo a gara con i lampioni dell’illuminazione elettrica, emanavano un odore acre che si mescolava con quello della ‘calia, simenza e nucidda americana.’ Gli amici del sindaco si godevano la festa dalle finestre del palazzo comunale ottocentesco che dava sulla piazza. Mentre nelle chiese i fedeli più ferventi – donne col velo nero in testa e uomini vestiti di grigio con cravatta nera o bottone scuro all’occhiello – andavano ad accendere un cero al Cristo morto, i bar e le pasticcerie facevano affari, servendo orde di intere famiglie e piccoli gruppi di amici vestiti di nuovo,intenti a scambiarsi convenevoli e cortesie a base di caffè e dolciumi. ‘Mangiati un cannolo, Pepè …’ ‘Grazie, Cocò, prendo un caffè tanto per accettare …’ ‘U carusu chi si pigghia?’ … ‘Un pasticcino …’ ‘Di’ grazie a Don Vittorio ….’ E così via. A Pasqua, non era ancora tempo di mangiare gelati, la specialità di cui molti bar andavano fieri. Benché arroccata nel cuore brullo della Sicilia, la cittadina sorge a settecento metri sul livello del mare e, a fine marzo o ai primi di aprile, non era improbabile che spirasse un venticello gelido sotto il tiepido sole primaverile. Ad accusare le insidie di quel venticello erano i poveri portatori delle pesanti vare. E questi, approfittando della lunga sosta in piazza prima che iniziasse la processione serale, si sguinzagliavano in gruppetti andandosi ad infilare in osterie anguste e buie situate in stradine laterali, per rifocillarsi prima di partire per il lungo, lento e faticoso percorso. Due o tre ore passate a mangiare zampe di maiale e fagioli, annaffiati da litri di buon vino, bastavano per dar carica alle batterie dei portatori che, usciti dalle osterie col naso rosso e gli occhi lucidi, affrontavano allegramente la fatica del compito che li attendeva.
Giunti in piazza che era già buio, le vare erano pronte a sfilare. Tutto era a posto; la gente gremiva la piazza, le fiaccole all’acetilene ardevano ora più che mai, le bancarelle vendevano coppette di calia, simenza e nucidda americana, le bande suonavano marce funebri e i portatori, col saio bianco addosso, sotto il quale – per premunirsi contro i rigori della notte – nascondevano qualche fiasco di vino, aspettavano solo il via per caricarsi sulle spalle i pesanti baldacchini sacri ed iniziare la mesta processione che, come di consueto, partiva guidata in testa dalla vara dell’Ultima Cena.
Era anche il momento in cui, a squarciagola, cominciavano i lamenti per la Passione e Morte di Cristo: lamenti di oscura impronta araba che iniziavano con urli monosillabici di solisti, ai quali rispondevano cori di ‘aaaaaahhhhh ….’ Solisti e coristi erano proprio gli stessi portatori, sui quali incombeva, quindi, non solo la responsabilità del trasporto dei gruppi sacri, ma anche l’esecuzione, del tutto obbligatoria, dei lamenti in maniera più o meno intonata. Il tutto, poi, avveniva sferzato dal gelido venticello del vespero primaverile che, a mano a mano che la processione sfilava lungo il percorso prestabilito, faceva del buon vino una preziosa bevanda, senza la quale i volenterosi portatori non avrebbero resistito né al freddo né alla fatica.
Ma il vino, oltre a fare buon sangue, ha l’abitudine di rendere allegrotto chi lo beve. Non sorprendeva il fatto che la processione, partita con ordine e andatura moderata, finiva quasi in corsa. L’ultima vara, quella dell’Addolorata vestita di nero, che, rispetto a tutte le altre, era leggera come un fuscello sulle spalle nerborute dei suoi portatori inebriati, rimaneva inspiegabilmente indietro ed era poi costretta a raggiungere il gruppo correndo e saltellando, quasi come un canguro, tra la folla di fedeli schierati sui marciapiedi per godersi la sfilata. A notte inoltrata, con molto meno sobrietà di come era iniziata, la processione si concludeva nella stessa piazza dalla quale era partita e sulla quale, ormai deserta, la Cattedrale, illuminata da una fioca luna che irradiava il solito immutabile pallore, gettava la sua ombra obliqua. Le bande, una volta discioltesi, salivano, con il loro seguito di paesani, a bordo delle corriere per tornarsene a casa; le fiaccole all’acetilene finivano di ardere; vare e portatori si dileguavano verso i loro quartieri; solo qualche cane randagio si soffermava a sgranocchiare briciole di calia, simenza e nucidda americana che, nella calca, qualcuno aveva lasciato cadere per terra.
Seguono alcune scene video della Processione del Giovedì Santo

Share This